fenomeni

Byron, Tennyson, Melville, William ed Henry James, Schumann, Nietzsche, Hartley Colleridge, Van Gogh, Hemingway, Virginia Woolf, Fitzgerard, Robert Lowell, Dante, John Berryman, Shakespeare, Delmore Schwatz, Randall Jarrell, Anne Sexton, Robert Burns, Hector Berlioz, Hugo Wolf, Edward Thomas, James Clarence, James Clarence Mangan, Hopkins, Sylvia Path, Theodore Roethke, John Ruskin, Michel Foucault, Edgar Alan Poe, Tolstoy, Vladimir Majakovskij, Emily Dickinson, William Blake,Thomas Campbell, John Keats, …. artisti, poeti, scrittori disturbati dal loro lato oscuro, che con le loro opere artistiche ci hanno permesso di conoscere il loro tormento, quel "demone" che in loro ha assunto forma creativa.

Robert Burns (1759-1796) descriveva i disturbi del suo umore con le seguenti parole:

<<Sto gemendo in preda alle pene di un Sistema nervoso malato; il Sistema più importante per la nostra felicità – o più determinante della nostra Miseria (…) Signore, cos’è mai l’Uomo! Oggi, nel rigoglio della salute, esulta di gioia di vivere; pochi giorni, e forse addirittura poche ore dopo, è schiacciato da un sentimento consapevole di sofferenza, conta il lento scorrere dei momenti di struggimento attraverso i contraccolpi angosciosi (…) >>.

Hector Berlioz (1803-1869) nelle sue Memorie descrive un momento difficile della sua vita con le seguenti riflessioni:

<<E’ ben difficile descrivere una sofferenza pari a quella ch’io pativo: le strette al cuore, il tremendo isolamento, il mondo vuoto, le mille torture che circolano nelle vene insieme al sangue ghiacciato, il disgusto di vivere e l’impossibilità di morire; Shakespeare stesso non ha mai tentato di darne un’idea. Si è limitato, in Amleto, a contare un tale dolore tra i mali più crudeli della vita. Non componevo più; la mia intelligenza sembrava diminuire a misura dell’aumentare della mia sensibilità. Non facevo assolutamente niente…se non soffrire.>>

Berlioz soffrì per tutta la vita di questi profondi attacchi di depressione.

Robert Schumann (1810 - 1856) descrive i suoi attacchi di panico con queste parole:

<<Ero poco più di una statua, né caldo né freddo; a mezzo di un lavoro forzato la vita a poco a poco ritornò. Ma sono ancora tanto timoroso e impaurito che non riesco a dormire da solo. (…) Credi che non abbia il coraggio di viaggiare da solo (…) per paura che qualcosa possa accadermi? Violenti afflussi di sangue, paure inspiegabili, soffocamenti, perdite momentanee di coscienza si alterano rapidamente.>>

Francis Scott Fitzgerald, (1896-1940) in uno scritto autobiografico del 1936, il <<Crack-Up>> (L’incrinatura) ha tracciato I flussi e riflussi di molte delle sue crisi con queste parole:

<<Mi accorsi di essere stanco morto. Potevo starmene coricato ovunque mi trovassi, a dormire o a sonnecchiare a volte per venti ore su ventiquattro, negli intervalli cercando risolutamente di non pensare; facevo elenchi e li stracciavo, centinaia di elenchi… Mi resi conto (…) che ogni azione della vita, da pulirmi i denti la mattina all’invitare la sera un amico a cena erano diventate uno sforzo (…), odiavo la notte perché non potevo dormire e il giorno perché andavo verso la notte. Dormivo dalla parte del cuore, ora, perché sapevo che più presto fossi riuscito a stancarlo, sia pur di poco, più presto sarebbe giunta l’ora benedetta dell’incubo che, come una catarsi, mi avrebbe permesso di prepararmi meglio all’incontro col nuovo giorno. (…) >>

James Clarence Mangan (1803-1849) poeta irlandese, ha descritto la sua ipocondria in questo modo:

<<Il mio nervosismo e la mia ipocondria (melanconia) stavano quasi volgendo alla follia. Mi sembrava di essere chiuso in una grotta in mezzo a serpenti, a scorpioni e a mostri schifosi d’ogni genere, che si contorcevano e sibilavano tutt’intorno, schizzandomi addosso la loro bava e il loro veleno… Una persistente melanconia si impadronì del mio essere. Una specie di torpore e di stanchezza di vivere seguì al precedente stato di ipersensibilità e di eccitazione. I libri non mi interessavano più come prima, e persino i pensieri più personali divennero un peso e un tormento per me.>>

Sylvia Plath, (1932-1963) che fu ricoverata per una forma grave di depressione e più tardi morì suicida, descrive il suo stato nel suo romanzo autobiografico La campana di vetro:

<<Non mi ero lavata neppure i capelli in quelle tre settimane e non dormivo da sette notti. La mamma diceva che dovevo pur aver dormito, che era impossibile non dormire tutto quel tempo: se avevo dormito era stato con gli occhi spalancati perché avevo seguito il corso verde e luminoso della lancetta dei secondi, della lancetta dei minuti e della lancetta delle ore sull’orologio vicino al letto in giri e mezzigiri, ogni notte per sette notti, senza perdere un secondo, un minuto, un’ora. Non mi ero lavata i vestiti e i capelli perché la cosa mi pareva tanto inutile. Vedevo che i giorni dell’anno si stendevano dinanzi come una serie di scatole lucide e bianche e separate l’una dall’altra, come un’ombra nera, dal sonno. Ma per me la lunga prospettiva di quelle zone d’ombra che distinguevano una scatola dalla seguente si era improvvisamente dileguata e io potevo vedere i miei giorni, uno dopo l’altro, splendere davanti a me abbaglianti come un lungo viale bianco di infinita desolazione. Era stupido lavare un giorno quando si doveva rilavare l’altro. Mi stancavo solo a pensarlo. Volevo fare ogni cosa una volta per tutte.>>

John Ruskin (1819-1900) ha descritto un aspetto del suo tormento interiore:

<<Procedevo come una biglia, con l’unica differenza che contro le normali leggi che regolano il movimento io non devo lottare contro nessun attrito nella mia mente, e naturalmente ho qualche difficoltà a fermarmi dal momento che non c’è niente che si opponga. (…) Sono nauseato e stordito dalla quantità di cose che si accalcano nel mio cervello: lunghe file di pensieri che iniziano e si diramano all’infinito, incrociandosi tra loro, e tutti che tentano ed esigono di essere elaborati.>>

Edgar Allan Poe (1809 -1849) la chiamò l’"intollerabile morbosità", egli descrisse la sua intolleranza con queste parole:

<<Vedeste e sentiste voi stessa la dolorosa agonia con cui vi dissi addio: ricordate la mia tetra espressione, come un terribile presagio di male; e infatti, infatti mi sembrava che la morte mi fosse prossima, e io fossi già avvolto dall’ombra che la precede (…) I miei ricordi, da quel momento fino a quando mi ritrovai a Providence, sono confusi; andai a letto e piansi per un’intera, lunga notte di disperazione; poi, all’alba, mi alzai e cercai di calmarmi facendo una passeggiata al freddo pungente dell’aria mattutina; era tutto inutile, il demone continuava a tormentarmi. >>

E. Tolstoj (1828 1910) ha così descritto la sua stanchezza di vivere:

<<L’idea del suicidio divenne per me tanto naturale come lo erano un tempo le idee di perfezionamento della vita. Anzi, essa era così suggestiva che dovetti ricorrere a delle astuzie per non correre il rischio di mandarla ad effetto troppo affrettatamente. Non avevo fretta solo perché volevo fare ogni sforzo per risolvere il problema; se non ci fossi riuscito, avrei sempre avuto il tempo di uccidermi. E così io, uomo felice, nascondevo le corde perché non mi venisse la voglia d’impiccarmi ad un’asse sospesa tra due armadi della mia stanza, dove la sera restavo solo per spogliarmi, e smisi di andare a caccia col fucile per non cedere alla tentazione di servirmi di un così semplice mezzo per liberarmi dalla vita. Lo stesso non sapevo quel che volevo: da una parte avevo paura della vita e aspiravo a liberarmene, mentre dall’altra riponevo ancora qualche speranza in essa.>>

A. Rimbaud (1854-1891) ha dichiarato:

<<…diviene veggente in seguito a una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; cerca sé stesso esaurisce in sé tutti i veleni per conservare unicamente le quintessenze. (…) Raggiunge l’ignoto; e anche è, sconvolto, finisse per perdere l’intelligenza delle proprie visioni, le avrebbe viste! Ch’egli crepi nel balzo verso cose inaudite e ineffabili: verranno degli altri orribili lavoratori; cominceranno dagli orizzonti dove l’altro è crollato!>>

Virginia Woolf (1882- 1941) considerava i suoi attacchi depressivi a doppio taglio, e di questa doppiezza si servì:

<<Ma rimane sempre un problema se desideri evitare questa tristezza. (…) In queste nove settimane fatto un tuffo in acque profonde; cosa un po’ allarmante, ma piena d’interesse. (…) C’è un lato in ciò che sento molto importante. (…) Si scende nel pozzo e niente ci protegge dall’assalto della verità.>>

Robert Lowell (1917-1977) scrisse:

<<Sto scrivendo la mia autobiografia letteralmente per far ‘passare il tempo’. Temo che il tempo altrimenti non passerebbe affatto. In ogni caso, spero anche che il risultato possa avvolgermi in fasce, con una specie di immensa fasciatura di grazia e ambra grigia per i miei nervi offesi.>> Anni dopo, verso la fine della vita R. Lowell scrive: <<Guarire è forse un’arte, o l’arte un modo per guarire?>>


Tratto dal film "Cuore di vetro" 1986

di Werner HERZOG (regista)

<< Il mio sguardo va oltre l’orizzonte, sino ai confini del mondo.

Il giorno non è ancora giunto a termine, ma la fine è qui, davanti a me.

Il tempo comincia a precipitare, e dopo il tempo la terra.

Le nubi si addensano, il suolo ribolle.

E’ il segno, è il principio della fine,

l’estremo limite del mondo comincia a sprofondare... sempre di più,

si rovescia e cade, cade, continua a cadere,

e rapito da questo vortice io guardo.

Sento un risucchio avvolgermi,

trascinarmi, portarmi via,

io precipito, scivolo sempre più in basso,

è la vertigine.

Si... il mio sguardo ora è fisso su un punto di quella cascata,

io cerco un luogo, un rifugio

dove i miei occhi possano trovare pace,

e divento leggero, sempre più leggero.

Il mio corpo si dissolve nel nulla,

come ogni cosa intorno a me;

io volo in alto,

e da questa caduta, da questo volo,

il primo sussulto di una nuova terra.

Nelle acque il ricordo di Atlantide

io vedo una nuova terra che nasce. >>

Trama: Liberamente tratto da "Die stunde des todes" di H.Achternbusch In un villaggio della Baviera preindustriale, si produce il favoloso vetro-rubino. Un giorno muore l’unico detentore del segreto di fabbricazione. I padroni della vetreria cercano inutilmente la formula, anche ricorrendo alla violenza, sacrificando una giovane vergine. Tra gli abitanti del villaggio, Hias prevede il futuro con inquietante precisione: la morte della ragazza, quella di due vecchi operai, l'incendio della vetreria (provocato dal giovane impazzito). Scacciato dai compaesani, atterriti dalle sue profezie, l'indovino fugge sulle montagne dove avrà la sua ultima visione: un gruppetto di uomini, abbarbicati a una scogliera in mezzo del mare, attirati dalla speranza che di là ci sia un altro mondo, come facevano credere i gabbiani che li avevano accompagnati nel mare aperto. Tutti gli attori (eccetto Bierbichler-Hias) recitano sotto ipnosi.