psicostorie

 

Per quanto le illusioni possano ingannare, non riusciranno mai ad occultare del tutto quel volto perturbante del reale, che in un momento decisivo della nostra storia trova il modo di rivelarsi.

                                                                                                                                  P. Occhiolini

 

Casella di testo: La relazione

Il tempo disse allo spazio: 
- Perché non mi riconosci?
e lo spazio con tono seccato rispose:
- Perché noi due siamo inscindibili! 
Noi siamo la stessa cosa!
   Il tempo dubbioso replicò:
- Ognuno di noi fa la sua parte e operiamo insieme, questo è vero, 
ma se qualcuno dovesse prendere lo spazio per il tempo o viceversa, sarebbe considerato un folle, 
e nessuno lo condividerebbe.
  Lo spazio non era d’accordo e aggiunse:
- Mio caro tempo, ascolta bene: quando qualcuno muore, perde sia lo spazio sia il tempo, giacché nessuno di noi due sopravvive alla morte.
  Il tempo pensò che lo spazio avesse ragione sulla questione della morte, ma lo stesso replicò:
- … ma allora, mio caro spazio, perché non siamo d’accordo su tutto?
Lo spazio non seppe rispondere sul disaccordo, e cominciò a pensare.

                                        P. Occhiolini


Il conflitto nasce dalla relazione.

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Il racconto di fantasia

“Ironia”

lo ho dedicato al

Professore  Aldo Carotenuto,

mio maestro.                                             

 

Aldo, costretto dalla sorte, ha scelto di scomparire                            *  

il giorno di san Valentino, 2005.            

 

Aldo, costretto dalla sorte, ha scelto di scomparire il giorno                             di San Valentino del 2005).                       

 

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Casella di testo: Ironia

   Avevo appena letto il suo romanzo, mi aveva lasciato esterrefatto. 
Assolutamente dovevo comunicargli la mia profonda gratitudine per gli insegnamenti avuti leggendo il suo romanzo.
Capitò un giorno che andai a trovarlo nel suo studio.
Era in piedi, un po’chino e distratto dai suoi libri, non potevo scorgere l’espressione del suo volto, né la intuivo, riuscivo a vedere soltanto il riflesso dei suoi capelli bianchi, che alla luce producevano un alone argentato. 
Egli non mi degnò neanche di uno sguardo. 
Questo atteggiamento distaccato, produsse in me un profondo senso di imbarazzo, di pudore, mi sarei potuto sentire un po’ inopportuno, ma non mi feci travolgere dallo sconforto, tenevo conto del suo prestigio e considerai che fosse normale. 
Superai l’impaccio chiedendogli di concedermi un po’ del suo tempo, in quanto avevo proprio bisogno di parlare con lui in proposito del suo libro. 
Lui si sedette ad ascoltare. 
Ora, sembrava essere piuttosto attento. 
Ma ad un tratto, appena iniziai il mio soliloquio per esprimere tutta la mia riconoscenza, egli cambiò espressione e ritornò a distrarsi dai suoi libri. 
Con i miei modi gentili, sottolineai la mia intenzione di voler dimostrare di aver capito l’intrinseco messaggio del suo romanzo, ma lui era già assorto dalla lettura, con la consolazione che non mi diede a vedere la parte posteriore del suo corpo.
Cominciai a leggere e a commentare alcune frasi del suo libro, a voce piuttosto alta, sperando in una sua maggiore attenzione nei miei riguardi:
<<La baciai (Albertine) con tale purezza come se avessi baciato mia madre per calmare una pena di bambino che credevo allora non avrei mai potuto strappare dal mio cuore>>.
Beh, professore, vede, io tra le righe ho letto ben più profondi significati: il senso di inferiorità di lui lo portavano a sublimare la sua pulsione sessuale proiettandola su un corpo femminile incestuoso come il corpo inviolabile di una madre.
… E poi professore, un’altra frase mi ha colpito in modo particolare:
<<Come da una corrente elettrica che vi faccia sobbalzare, sono stato scosso dai miei amori, li ho vissuti, li ho sentiti: non sono mai riuscito a vederli o a pensarli>>.
Ancora più dell’altra frase, credo di averla intesa nel giusto modo: …lui era incapace di una possibile apertura in cui l’altro venga accolto nella dialettica sensibile e non parossistica. In una tale comunicazione, a poco a poco svanisce la dimensione reale sostenuta dalle forme visibili e ci si inoltra in uno scenario futuristico e perciò impronunciabile.
Alzai lo sguardo verso l’uomo che avevo d’innanzi, aspettandomi un cenno, un gesto di approvazione, una parola, o qualsiasi forma di comunicazione. Ma il professore ritornò a darmi le spalle, e si mostrò ancora più distratto. 
La sua figura da dietro appariva curva, sofferente. 
Ero sconcertato dalla sua arroganza, ma allo stesso tempo ero fiero e convinto delle mie analisi. Perciò, alzando ulteriormente il tono della voce, lo provocai con una domanda diretta, alla quale non poteva non rispondere, o me ne sarei andato a malo modo.
 - Professore! Crede che io abbia realizzato le sue intenzioni? La prego sia sincero. Crede che abbia colto il senso del suo messaggio inespresso?
Lui si distaccò dai suoi libri e si sedette di nuovo di fronte a me, e posando il suo sguardo acuto da folletto sui miei occhi timorosi, mi rispose: 
Bravo! Credo che tu abbia capito molto bene il messaggio del mio libro, e te ne sono riconoscente, perché sai, credimi..., io non l’avevo proprio compreso.
Tornò a piegarsi sui suoi libri, mentre io me ne andavo incredulo e sospettoso.  
Subito non compresi se era stato un gesto cortese e di ammirazione, o se invece era stato un gesto di burla. Ripensai all’espressione del volto con cui accompagnò la sua risposta: non era beffarda, ma sincera.
Ma alla sera rilessi interamente il suo libro, e per la prima volta mi commossi. Non pensai più al messaggio sottinteso, non ci badai, e compresi  che i sentimenti, quando sono autentici, parlano un linguaggio che non và compreso o razionalizzato, bensì afferrato in silenzio.
  Alle parole, che sono le intenzioni, quelle non accompagnate da un sentimento spontaneo, si può rispondere solo con l’ironia, non c’è altra possibilità di corrispondenza, e l’ironia è la massima espressione della sincerità, anche se suscita l’esatto contrario.
                                                                                  Paola Occhiolini

(Le due frasi del racconto sono tratte da “Sodome et Gomorrhe” di Proust).
   

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Casella di testo: L’uno e il suo altro.


Mi guardai allo specchio, e poiché avevo un gemello non avevo l’abitudine a farlo, in quanto non vedevo mai la mia immagine, ma quella di mio fratello. 
Quel giorno decisi di osservare attentamente l’immagine riflessa allo specchio, seriamente intenzionato a distinguermi.
Ma ancora una volta, ad ogni movimento coglievo il mio identico. 
Ritrassi lo sguardo con un profondo senso di disagio.
Non rispecchiare la propria persona bensì quella del proprio fratello gemello, è un fenomeno particolare che non si può trasmettere ad altri.
Spesso avevo pensato di produrmi una cicatrice sul volto, ma questa soluzione non mi trovò mai convinto o disposto a farlo, e non per  timore della sofferenza fisica, bensì per una convinzione contraria, per cui volevo trovare una soluzione diversa, non violenta, piuttosto spirituale. 
Ma quel preciso giorno ero disposto ad arrivare fino in fondo, e mentre riprovavo quell’antica sensazione di ambivalenza, che mi suscitava un forte senso di repulsione per la mia immagine, per la prima volta mi accorsi di qualcosa di gran lunga più sconvolgente: questa volta non vidi l’immagine di mio fratello riflessa allo specchio, ma la metamorfosi di un’immagine, dalla natura insolita, una presenza femminea. 
Il mio lato femminile languiva e rispecchiava dai miei sensi. 
Provai una forte attrazione e ne rimasi avvinghiato e sedotto.
Tremai, fino a sentirmi anima, un alito, una sensazione indistinta.
Ero in preda allo stupore, e gioii di questa apparizione che permaneva nel mio illusorio immaginario. 
Sentivo che era questa l’immagine che avevo inseguito da sempre, e non un’altra.
Un terzo elemento sdoppiava il mio gemello, un alleato che contrastava l’identico. La mia immagine aveva il suo contrario. Aveva il suo doppio compatibile. Non più due volte tanto, ma uno nel quale vive l’uno e l’altro. 
Questo era il mezzo che mi permetteva di volgere lo sguardo alla mia anima, e di intendere quella che per me era la mia stupidità.

                                                                       Paola Occhiolini
 

 


                                                                                                                  

 

                                                                                                    

 

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 Diveniamo quando siamo in grado di essere dentro l’ambivalenza, perché noi siamo l’ambivalenza.

 

                                                                                      

 

 

 

*                                                              

 

 

                                                      Prometeo, personaggio importante della mitologia greca,

                                                                                  fu colui che rubò il fuoco agli dèi per farne dono all'uomo.     

                                                                                                                                      

 

Casella di testo: Prometeo

  Di Prometeo trattano leggende:
Secondo la prima egli fu inchiodato al Caucaso, perché aveva tradito gli dei a vantaggio degli uomini, e gli dei mandavano aquile a divorargli il fegato sempre crescente.
La seconda vuole che Prometeo, per il dolore procuratogli dai colpi del becco, si sia addossato sempre più alla roccia fino a diventare con essa una cosa sola.
La terza asserisce che nei millenni il suo tradimento fu dimenticato; tutti dimenticarono: gli dei si stancarono, le aquile, egli stesso.
Secondo la quarta ci si stancò di lui che non aveva più motivo di essere. Gli dei si stancarono, la ferita - stanca - si chiuse.
Rimase l’inspiegabile montagna rocciosa. - La leggenda tenta di spiegare l’inspiegabile. Siccome proviene da un fondo di verità, deve terminare nell’inspiegabile.	
			
                                              (tratto dai Racconti di Franz Kafka, 1918)
                           

    

    

    

      WarholKafka

 

 Le animazioni sono delle creazioni di Massimo Nota