<<…la figura sconosciuta che sale le scale, la voce incerta che si rivolge a me che apro la porta, la donna che a fatica avanza verso l’interno, verso l’ignoto, queste sono le immagini che parlano al terapeuta.

La psicoterapia è poesia, è arte.>>

                                                                                                 P. Occhiolini

 

La sofferenza dell’angoscia si configura come una condanna, una sorta di castigo che costringe l’individuo ad una fermata obbligata, e niente di conosciuto sarà capace di sbloccare quest’arresto, ma solo un cambiamento che comporta l’ignoto. In questo senso l’angoscia (elemento costitutivo delle svariate forme della nevrosi), è nel senso più alto uno stadio del processo d’individuazione, un cammino doloroso il cui fine è il riconoscimento della propria autenticità.

Nella nevrosi, in sostanza, è presente un elemento finalistico, si cela in altre parole una parte molto importante della personalità, l’opposto interiore della coscienza da cui può scaturire la creatività. Ma ogni cambiamento, che è il frutto di un atto creativo, comporta un prezzo troppo elevato, una fatica smisurata di cui non si afferra sul momento il senso e soprattutto non s’individua lo scopo.

   Talvolta nella pratica clinica sento pronunciare attente valutazioni, e malgrado io le attenda, lo stesso mi sorprendono con gioia: “… forse il traguardo è nel percorso stesso, o nell’illusione di un traguardo …. Forse la vita non è poi tanto male sé l’assumo da un altro punto di vista che non è la rassegnazione (la rinuncia), ma un atteggiamento mentale che rifiuta l’assurdità dell’esistenza e allo stesso tempo ne concepisce una nuova, dunque, rivoluzionaria.” Con queste riflessioni, mi accorgo che ho dinnanzi qualcuno che ha deciso di vivere, e di vivere "a proprio modo", che è il vero senso dell'esistenza. Ma chi giunge a simile maturazione, a tal genere ironia, questa persona, e insieme con me, ha dovuto attraversare l’inferno.

  Alcuni con coscienza e grandi fatiche, altri grazie all’istinto di conservazione, ma un po’ tutti, per varie strade, siamo costretti o prima o poi di dare modo a tale atteggiamento di essere. 

  La nevrosi, l’angoscia, obbliga l’individuo a leggere e a scrivere di nuovo la propria storia, il proprio percorso. Il senso o significato del proprio dolore o la mancanza di significato impongono chiarimenti, ma che, puntualmente, non giungono mai sé si rimane fermi sullo stesso punto di sempre. Bisogna rileggere il tutto da un nuovo punto di vista; questo è il nuovo atteggiamento.

 

 

                        punti di vista

   Con l’atteggiamento nuovo, l’uomo non subisce passivamente l’assurdità dell’esistenza, poiché l’angoscia è il senso che sfugge, o la sua totale assenza, ed è l’assurdo. Per usare le parole di Albert Camus  “… l’assurdo muore soltanto quando gli si voltano le spalle.”

 

                         Il mito di sisifo

Sisifo, figlio di Eolo e fondatore della città di Corinto, fu secondo alcuni il più saggio e prudente dei mortali, secondo altri particolarmente incline al mestiere di brigante. Ciò su cui tutti concordano è la sua particolare dote di astuzia e scaltrezza: era colui che otteneva sempre qualcosa in cambio, tant’è che fu - si dice - il promotore del commercio. Divenne tristemente famoso per la pena eterna che gli dei gli inflissero quando discese definitivamente nel Tartaro. Così lo descrive Omero nell’Odissea: "E poi Sisifo vidi, che spasmi orrendi pativa che con entrambe le mani spingeva un immane macigno. Esso, facendo forza con ambo le mani ed i piedi su fino alla vetta spingeva il macigno, ma quando già superava la cima, lo cacciava indietro una forza. Di nuovo al piano così rotolava l’orrendo macigno. Ed ei di nuovo in su lo spingeva e puntava; e il sudore scorrea pei membri e via gli balzava dal capo la polvere".

  La storia del mito di Sisifo sembra più legata al mito dell’Eden che al ciclo degli eroi, almeno fino all’incontro col macigno: qui, paradossalmente, acquista spessore tutto il mito, e tanto era esasperata prima l’inconsapevolezza del prezzo della vita, tanto è esasperato ora il peso, il dolore, la concretezza. Sisifo, nel suo eroico "osare", era rimasto in un rapporto di "competizione" con gli dei, e non si accorgeva così proprio sfidandoli, di perpetuarne il potere.
Ricorda in ciò l’ibrida situazione dell’adolescente quando vede notevolmente ridotta la distanza tra sé e l’adulto e, attratto e spaventato insieme, lo "sfida" o gli si contrappone, riconfermandolo nel suo essere l’altro, il diverso, l’adulto appunto. "Se questo mito è tragico - scrive Camus - è perché il suo eroe è cosciente: in che consisterebbe infatti la pena se, ad ogni passo, fosse sostenuto dalla speranza di riuscire? " Quest’immagine ci fa intuire la capacità, tutta umana, di "accettare l’inaccettabile", che, a seconda che sia vissuta nella consapevolezza o nella radicale proiezione, si trasforma in risorsa o condanna.

      Si è già capito che Sisifo è l’eroe assurdo, tanto per le sue passioni che per il suo tormento. Ora egli è costretto - e prima o poi tocca a tutti il momento della prova - a conoscere la fatica: chi lo ha condotto fin lì è stata la sua passione per la vita, ed è la vita stessa che ora gli mostra l’altro suo lato, il macigno. E lì lo attende l’appuntamento con la coscienza del proprio "esserci", al di là di tutto. Perché tornare ad alienare da se la causa, attribuendo il macigno - ma con esso la vita tutta - ad un volere altrui, perché tornare a ricostituire il dio fuori di noi?
"Voi siete dei" diceva il Cristo ben consapevole della croce che lo attendeva. Camus sintetizza saggiamente che "la felicità e l’assurdo sono figli della stessa terra e sono inseparabili. Non v’è sole senza ombra e bisogna conoscere la notte." Allora il macigno è la vita stessa che richiede di essere accolta in ciascuno di noi consapevolmente, che pretende di essere non solo vissuta, ma anche saputa, prima ancora che "capita." "Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva macigni. Anch'egli giudica che tutto sia bene." (Bibliografia: Enciclopedia dei miti - Garzanti; Camus "Il mito di Sisifo" - Bompiani.)

L’uomo assurdo di Camus non è più quello che ragiona senza logica ma bensì colui che ha capito come questa nostra vita non abbia alcun significato e pur tuttavia continua a viverla e ad amarla come prima e più di prima. Il fatto di non credere al domani costringe l’uomo a sfruttare intensamente tutte le esperienze che il presente gli offre.

 

  "Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. (...) Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice."   Albert Camus  "Il mito di Sisifo"

 

        punti di vista   

<<La sofferenza per essere distratta ha bisogno di essere spostata su un altro oggetto altrettanto possessivo, non la sofferenza sarà spostata ma l’energia che essa detiene. Per questo chi trasforma il proprio dolore è spesso un’artista.>>

                                                                                                                    Paola Occhiolini

 

Come disse Lowell alla fine della sua vita: <<Guarire è forse un’arte, o l’arte un modo per guarire?>> Il percorso che ci porta ad assumere un atteggiamento costruttivo anziché distruttivo è un’opera d’arte.

Jung focalizza l’atto creativo come presupposto per l’individuazione. Egli definisce l’individuazione come uno stadio dello sviluppo dell’essere umano, un processo che si attiva in un particolare momento dell’esistenza e che nasce dal conflitto tra due atti psichici fondamentali. In questo senso la malattia è nel senso più alto uno stadio del processo di individuazione. Il conflitto tra coscio e inconscio, infatti, genera una situazione di sofferenza, schiude all’individuo la possibilità d’intraprendere un cammino individuativo, che nell’indole dell’umano è un processo spontaneo, una “chiamata” alla quale per molti è impossibile sottrarsi. Come afferma Carotenuto in “La chiamata del daimon”: <<la chiamata rappresenta un momento cruciale della propria vita, a partire dal quale la continuità del soggetto con il suo passato è compromessa, e si ha invece un’apertura verso l’ignoto. Sembra che, a un certo punto della nostra esistenza, le richieste di autenticità e di cambiamento divengano così forti da non poter più essere ignorate. Ascoltare questa voce interiore vuol dire tentare una trasformazione radicale di se stessi, del proprio modus vivendi.>> (1989, pag. 139)

   Nella nevrosi è insomma presente un elemento significativo e finalistico, si cela in altre parole una parte molto importante della personalità, l’opposto interiore della coscienza da cui può e possono scaturire tensione e creatività. Quanto detto per le nevrosi in generale vale anche per i sintomi, che rendono anch’essi possibile l’espressione d’aspetti della psiche non riconosciuti. In un’immagine efficace, i sintomi sono rappresentati come germogli sopra il terreno, mentre la parte principale della pianta è il rizoma sotterraneo. Tale rizoma costituisce il contenuto di una nevrosi ed è la matrice di complessi, sintomi, sogni. (Jung, 1938/40) Non che Jung non veda, naturalmente, l’aspetto negativo dei sintomi e delle nevrosi. A questo proposito possono essere evidenziate due diverse concezioni. In alcune parti dell’opera viene sostenuto che è necessario saper distinguere i sintomi che presentano un valore simbolico prospettico e che, pertanto, possono essere detti simbolici, da quelli che tali non sono. Tale distinzione è essenziale, giacché raramente i nevrotici considerano i prodotti del loro inconscio come simboli di grandissima importanza; più spesso sono fin troppo inclini a concepire come sintomi anche materiali ricchi di significato. (M. Trevi)

<<Il fatto che esistano due distinte concezioni in contrasto fra loro, e appassionatamente propugnate dalle parti in causa, sul senso e sul non senso delle cose, c’insegna che evidentemente vi sono dei processi i quali non esprimono alcun particolare significativo, che sono mere conseguenze, null’altro che sintomi; e altri processi i quali recano in sé un significato nascosto e che non solo non traggono origine da alcunché, ma che vogliono anzi diventare qualcosa e che per questo sono dei simboli. Sta al nostro tatto e alla nostra capacità critica di decidere quando ci troviamo di fronte ad un sintomo o quando ad un simbolo.>> (Jung 1921)

   In sostanza, la nevrosi può presentarsi come il nostro peggiore nemico o il nostro migliore amico, e l’importante è di non sottovalutare né l’uno né l’altro. Da questo punto di vista ciò che genera la differenza è l’atteggiamento del soggetto, poiché la vera e propria nevrosi risiede più che nei sintomi, nell’atteggiamento che la coscienza assume verso di essi. Una volta che un soggetto tenga in considerazione la sua nevrosi non in senso passivo, ma in senso dinamico, quest’atteggiamento lo porterebbe già verso la possibilità di uno sviluppo. Il processo d’individuazione si può inaugurare proprio attraverso la presa in carico della nevrosi e questo può di per sé aprire le vie dello sviluppo di una saggia coscienza.

 

“ E’ così senza senso mettere molta attenzione alle cause, poiché esse non possono comunque essere cambiate. E’ più utile sapere come comportarsi con le conseguenze, e l’attitudine da avere - o dover avere - verso di queste. ”

                  C.G. Jung, Letters, Princeton, New Jersej, Vol. 2 1975, p.408

 

    Nel 1935 in uno dei seminari dedicati a Nietzsche, rispondendo alla domanda di un interlocutore immaginario che proponeva una fuga dalla nevrosi, Jung rispondeva: <<Segua la via della sua nevrosi; è la miglior cosa che lei ha prodotto, il suo reale valore>>. In una lettera del 1945, Jung rappresenta la nevrosi, addirittura, come lo stesso processo d’individuazione.

   Se un disagio psicologico ha ragione d’essere, questo è dato dalla qualità del rapporto della nostra psiche con l’inconscio, o lato oscuro del nostro mare interiore.

   Jung indica <<l’altro lato>> della personalità, inferiore, ambiguo, indifferenziato, che si contrappone all’IO cosciente con il termine Ombra.

<<Ognuno di noi è seguito da un’ombra e, meno questa è incorporata nella vita conscia dell’individuo, tanto più è nera e densa.>> … <<Se le tendenze dell’ombra, che vengono rimosse, non rappresentassero altro che il male, non esisterebbe alcun problema. Ma l’ombra rappresenta solo qualcosa d’inferiore, primitivo, inadatto e goffo e non è male in senso assoluto. Essa comprende fra l’altro delle qualità inferiori, infantili e primitive, che in un certo senso renderebbero l’esistenza umana più vivace e bella; ma urtano contro regole consacrate dalla tradizione.>>      (C.G. Jung)

  Il nostro lato oscuro non integrato si muoverà all’interno della nostra psiche in modo autonomo, generando disastri più o meno gravi (immagini). Dunque, difendiamo noi stessi proiettando fuori di noi la nostra ombra, la rimuoviamo, la neghiamo; ma essa continua ad essere presente dentro di noi, e in forma varia esercita crudele potere. L’unica cosa che possiamo decidere, e solo se prima abbiamo investito la nostra energia ad integrare questo nostro lato oscuro, è la sua forma, attraverso un lavoro di analisi, o qualunque altro percorso adeguato, noi possiamo riconoscere il senso della nostra energia, che lasciata autonoma molto probabilmente assumerà una forma distruttiva. I disturbi psicologici possono essere definiti “un tentativo fallito di adattamento”, da qui la nevrosi. Paradossalmente la nevrosi è un tentativo di guarigione.

 

punti di vista

Picasso, meditando la lezione di Cezanne, portò lo spostamento e la molteplicità dei PUNTI DI VISTA alle estreme conseguenze. Nei suoi quadri le immagini si compongono di frammenti di realtà, visti tutti da angolazioni diverse e miscelati in una sintesi del tutto originale.

Nella prospettiva tradizionale la scelta di un unico punto di vista, imponeva al pittore di guardare solo ad alcune facce della realtà. Nei quadri di Picasso l’oggetto viene rappresentato da una molteplicità di PUNTI DI VISTA così da ottenere una rappresentazione «totale» dell’oggetto. Per poter vedere un oggetto da più PUNTI DI VISTA è necessario che la percezione avvenga in un tempo prolungato che non si limita ad un solo istante. È necessario che l’artista abbia il tempo di vedere l’oggetto, e quando passa alla rappresentazione porta nel quadro tutta la conoscenza che egli ha acquisito dell’oggetto. La percezione, pertanto, non si limita al solo sguardo ma implica l’indagine sulla struttura delle cose e sul loro funzionamento.